Sabato scorso ho partecipato a una sessione di Parole a Scuola dedicata a un tema che, forse, ancora poco abbiamo esplorato per la sua portata “educativa”: l’utilizzo dei videogiochi.

Durante l’intervento si è approfondito il tema dei videogiochi e di come essi possano essere una delle più potenti occasioni di formazione del nostro tempo ma, allo stesso modo, anche poco sfruttate.
Prima di addentrarci nel tema, è utile chiarire alcuni aspetti, tra cui alcuni stereotipi: l’uso dei videogiochi attraversa fasce d’età molto ampie, infatti giocano giovani, persone che studiano, che lavorano, per cui è importante chiarire che i videogiochi non sono appannaggio esclusivo dei “giovani maschi”. Secondo i dati recenti dell’Entertainment Software Association, il 51 % dei giocatori si identifica come maschio e il 48 % come femmina, con un’ alta media tra gli over 40.
Questo significa che parlare di videogiochi in un contesto educativo non è affrontare un “mondo dei ragazzi” parallelo e distante, ma discutere di un linguaggio condiviso, trasversale, che tocca ormai quasi ogni generazione.
I videogiochi, infatti, spingono chi gioca a sviluppare competenze trasversali, solo per citarne alcune: attenzione, memoria, collaborazione, gestione dello stress, creazione di nuove relazioni e connessioni, capacità di problem solving, molto spesso senza nemmeno rendersene conto.
Il giocatore sperimenta una situazione in cui risponde a stimoli continui, sbaglia ma allo stesso tempo è continuamente stimolato a riprovare, cercando di fare meglio.
In questa modalità l’utente, molto spesso il ragazzo, impara in maniera coinvolgente e interattiva, consolida le proprie abilità, in un ambiente potenzialmente sicuro.
Bisogna considerare che molto spesso insegnanti, educatori, altri adulti di riferimento che fanno didattica o accompagnano i ragazzi nella loro crescita non hanno familiarità con i videogiochi e quindi li osservano con diffidenza, pregiudizio o paura; come ogni situazione, anche questa, va conosciuta prima di essere giudicata.
Conoscere il linguaggio dei videogiochi significa anche riconoscerne la varietà e le possibilità. È un mondo sconfinato: va dai titoli “tripla A”* più noti, fino a produzioni indipendenti e altrettanto sconfinati sono i temi affrontati, anche sorprendentemente profondi (come, ad esempio, la vita quotidiana in un momento di guerra, gli effetti dell’ansia sulle nostre azioni, l’esperienza di una malattia terminale).
Negli ultimi anni, diverse ricerche scientifiche hanno iniziato a dimostrare che i videogiochi non sono solo un passatempo, ma possono avere effetti positivi sullo sviluppo cognitivo. Alcuni studi mostrano che i bambini che giocano regolarmente tendono a migliorare attenzione, memoria e controllo degli impulsi; altri evidenziano un potenziamento delle funzioni esecutive tra cui problem solving, pianificazione, adattamento e apprendimento visuo-spaziale.
Bisogna sottolineare che i videogiochi possono diventare strumenti che allenano la mente e favoriscono la crescita personale e sociale, quando sono usati in modo equilibrato e consapevole, tenendo conto dello sviluppo dell’utente.
Per gli adulti che desiderano avvicinarsi al mondo dei videogiochi in prima persona, potrebbe essere utile iniziare a sperimentare accompagnati da chi ha dimestichezza, tra pari, capendo davvero cosa accade in quel contesto, senza frustrazione né barriere. Questo significa entrare in un’esperienza condivisa, in cui si impara come il videogioco educa attraverso la pratica, la sfida, la resilienza. In un secondo momento si può passare a giocare insieme ai più giovani. Nel costruire questo “gamers learning”, però, non dobbiamo considerare unicamente il mondo digitale: anche esperienze analogiche come board game, giochi di ruolo o da tavolo possono diventare spazi di allenamento, con le stesse dinamiche di apprendimento, sperimentazione e confronto con l’errore.
Per avvicinarsi ai videogiochi, utilizzarli in maniera costruttiva e limitare la distanza tra giocatore e non esperto possiamo considerare alcune buone prassi, come ad esempio:
- Iniziare con curiosità, non con giudizio,
- Chiedere “cosa ti piace di questo gioco?” invece di “quanto ci giochi?”,
- Scegliere titoli adatti e con buone narrazioni, che stimolino empatia, strategia e collaborazione, considerando i sistemi di classificazione. La classificazione PEGI è importante, differenziando i giochi per fasce d’età e contenuto.
Come abbiamo sottolineato, esistono tantissimi giochi, capaci di stimolare il giocatore in maniera diversa. È importante sperimentare e provare, al fine di capire quali esperienze videoludiche possono davvero essere formative.
Ignorare il linguaggio del videogioco oggi significa rinunciare a un canale di comunicazione potentissimo con le nuove generazioni e forse anche a una chiave preziosa per ripensare il modo in cui impariamo, cresciamo e ci mettiamo alla prova.
I videogiochi si basano sulla cultura della possibilità dell’errore: fallire serve a riprovare, migliorare e superarsi. E non è forse proprio questo ciò che, come psicologi, educatori, genitori o formatori, speriamo di insegnare ogni giorno?
Forse non serve più chiedersi se i videogiochi possano insegnare qualcosa, ma come possiamo far sì che ciò accada.
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Nel linguaggio del gaming, i giochi “tripla A” (AAA) sono produzioni ad altissimo budget, realizzate da grandi case con grafica, marketing e team di sviluppo paragonabili a quelli di un film blockbuster.
I giochi “Indie” (independent), invece, sono sviluppati da piccoli studi o singoli autori, spesso con risorse limitate ma grande libertà creativa: proprio per questo riescono a sperimentare linguaggi, temi e stili narrativi assai personali e innovativi.
Riferimenti:
Entertainment Software Association. (2025). Power of play: 2025 global video games report.
UNICEF. (2024). Responsible innovation in technology for children: Digital technology, play and child well-being.